Aspetti educativi, storici e attuali degli scacchi eterodossi

L’ultima volta che tenni un corso di scacchi impiegai la prima lezione per cercare di convincere i partecipanti a non seguirlo. In quest’opera mi affidai alla storia degli scacchi, all’anedottica, citai moralisti e rammentai i divieti ecclesiastici, ma durante l’esposizione ebbi l’impressione che più argomenti portavo più l’interesse verso gli scacchi, anziché diminuire, aumentasse. Chi mi invita farebbe comunque bene a tenere conto che sono solito esprimere le mie opinioni indipendentemente dal parere che presumo abbiano gli ascoltatori.
Mi si consenta pertanto di cominciare in modo leggermente diverso dall’intervento, che pur condivido nella sostanza, tenuto l’anno scorso da Yuri Garrett sullo stesso tema.
Gli scacchi nelle scuole sono uno degli argomenti meno dibattuti nel mondo: la gente sembra più interessata a problemi quali la sovrappopolazione, lo squilibrio nord sud, le risorse energetiche e derivati.
Però, visto che questo convegno si occupa proprio dell’argomento non posso esimermi dal dire la mia che, in sostanza, si può esprimere in poche parole. Gli scacchi non sono una materia essenziale alla formazione dell’individuo e quindi non trovo scandaloso che non si insegnino nelle scuole. Io credo che in un mondo senza scacchi le cose andrebbero più o meno come vanno adesso. Ma questo non è tutto quello che si può dire. La carta vincente degli scacchi è di essere un gioco complicato nella giusta dose per essere apprezzati dal cervello umano, e tutti noi ben sappiamo quanto siano capaci di suscitare un senso della bellezza tutto particolare che per certi aspetti si avvicina alla matematica e alle scienze e per altri alle forme d’arte. Quindi, pur non essendo essenziali (ma, intendiamoci, nemmeno la “Divina Commedia” lo è. Nella maggior parte del mondo non si studia e non mi pare che gli stranieri siano meno civili di noi italiani), non troverei affatto negativo se venissero in qualche misura introdotti in ambito scolastico. Altri meglio di me approfondiranno la questione ma è ragionevole supporre che essi costituiscano un arricchimento per l’individuo al pari di tante altre materie ritenute invece intoccabili dai burocrati ministeriali.
Dicevo che gli scacchi sono un gioco complicato in giusta misura. Di sicuro uno dei meglio riusciti. Essi sono il frutto di una trasformazione cominciata in India (altri dice in Cina) nei primi secoli dopo Cristo e finita press’a poco nel XVI secolo. Le forme precedenti l’attuale codificazione possono essere fatte rientrare nei cosiddetti scacchi eterodossi, la cui storia coincide, quindi, con quella degli scacchi fino al 1500.
Scacchi eterodossi, e anche sul termine ci sarebbe molto da dire. Con esso si indicano quei giochi che si differenziano dagli scacchi per qualche regola riguardante i pezzi, il loro movimento o la forma della scacchiera. In particolare possiamo distinguere:
1. Le alterazioni della forma e della grandezza della struttura di contiguità della scacchiera: si hanno, per esempio, scacchiere più grandi del normale, scacchiere cilindriche, scacchiere sul toro, sul nastro di Moebius, sulle bottiglie di Klein, scacchiere in spazi di dimensione diversa da due, scacchiere infinite. Quanto alla struttura di connessione delle case basta pensare alle scacchiere a esagoni o su pavimentazioni qualunque. E’ da notare, per chi volesse cimentarsi, che la scacchiera a esagoni è equivalente alla seguente:

Scacchi esagonali di Glinski

Scacchi esagonali di Glinski

la quale a sua volta può essere facilmente simulata sulla scacchiera ordinaria. Per ottenere, per esempio, una scacchiera a nastro di Moebius è sufficiente considerare, sulla scacchiera ordinaria, la casa a1 contigua con la casa h8, la casa a2 con la h7 ecc. sino alla a8 con la h1.
2. Le alterazioni dello scopo del gioco, come per esempio, nel “pigliatutto” o nel “vinciperdi” o, se si vuole, nella dama e nel go.
3. L’uso di pezzi con regole di movimento diverse dal solito. Per uscire dall’ovvio mi limiterò a citare il pezzo che può muovere di due passi verso destra o verso l’alto e invece di un passo solo verso sinistra o verso il basso: esso induce sulla scacchiera una tricolorazione; non può, come il Cavallo, perdere o guadagnare tempi ma ha periodicità tre nello stesso senso in cui il Cavallo ha periodicità due, impiega cioè un numero di mosse multiplo di tre per tornare alla casa di partenza. Più in generale il pezzo, per esempio, che può muovere di a case verso destra o di b case verso sinistra, con a e b primi fra loro, ha periodicità a+b.
4. La limitazione delle informazioni; esempio principale il “Kriegspiel”.
5. La sostituzione dell’usuale sequenza di mosse Bianco, Nero, Bianco, Nero e così via, con altre sequenze come: Bianco, Bianco, Nero, Nero, Bianco, Bianco… (i “Marsigliesi”) o Bianco, Nero, Nero, Bianco Bianco, Bianco… (i “Progressivi”).
Ma il termine eterodossi rammenta una contrapposizione quasi ideologica senza fondamento. Non si dovrebbe parlare di scacchi ortodossi e eterodossi bensì di giochi su scacchiera. La somiglianza all’interno di quelli che vengono chiamati eterodossi è spesso molto minore di quella che intercorre tra gli scacchi e alcuni di essi. Il nome ha giustificazione solo se visto in un’ottica storica, solo se inquadrato in un contesto in cui gli scacchi siano diffusi assai di più degli altri giochi. Certo, era difficile, e lo è tutt’oggi, trovare un nome che li accomuni e si è così semplicato facendo riferimento alla loro comune origine scacchistica. Ma quella che è una semplificazione, un modo per intenderci, non deve essere considerato uno spartiacque: a un esame rigoroso, e mi ripete, non ci sono gli scacchi e gli eterodossi ma giochi su scacchiera.
In senso stretto non è nemmeno possibile farne una storia complessiva; si può parlare solo della storia di ogni singolo gioco o della storia delle associazioni che si sono costituite in loro nome.
Variazioni ai giochi ce ne sono sempre state, non solo in ambito scacchistico, e hanno condotto molte volte a giochi altrettanto buoni, se non migliori di quelli da cui prendevano lo spunto. L’attuale modo di giocare a scacchi si deve a persone che avevano poco rispetto delle regole tramandate, altrimenti si giocherebbe ancora il “chaturanga”. Si rifletta poi che se il mondo fosse stato un villaggio globale già al tempo delle invasioni arabe, lo shatranj sarebbe il gioco standard mentre gli scacchi rientrerebbero semmai nella benemerita categoria degli eterodossi. Voglio dire che, per fortuna, la curiosità e il bisogno di esplorazione e di creatività dell’uomo è così forte, da non potersi confinare in regole rigise. Date certe regole ci sarà sempre qualcuno che si divertirà a cambiarle per provare che cosa succede; perché anche creare nuovi giochi è esso stesso un gioco, il metagioco per eccellenza. Variazioni al gioco degli scacchi ne sono sempre state proposte: un mio concittadino, il senese Tolomeo Tolomei, carmelitano della congregazione di Mantova (morto sessagenario nel 1603) proponeva un ampliamento della scacchiera per poter giocare in quattro, ma anche noti trattatisti non disdegnavano di segnalare variazioni degne di interesse. Si pensi, per esempio, a Pietro Carrera (Il Gioco degli scacchi di don Pietro Carrera diviso in otto libri, Militello, 1617) che propose di allargare la scacchiera a 80 case (10×8), aggiungendo due nuovi pezzi, l’uno il “Campione”, assommante l’azione di Torre e Cavallo e l’altro il “Centauro”, di Alfiere e Cavallo. Nei “Campeggiamenti degli scacchi” (1683) anche Francesco Pazienza propose di aggiungere due nuovi pezzi: il “Centurione” e il “Decenturione”, ma da collocare su una scacchiera di 100 caselle. Un discreto successo ebbe il gioco proposto dall’avvocato Francesco Giacometti (“Il gioco della guerra”, 1793) ad uso dei militari con “Generali”, “Cannoni”, “Mortai” e “Fortezze”.
Ma per venire a tempi meno remoti basterà citare i campioni del mondo Alexander Alekhine, che non disdegnò di cimentarsi in partite di marsigliesi divenute celebri e Josè Roul Capablanca, il quale sosteneva essere il gioco degli scacchi troppo semplice e proponeva di ampliare la scacchiera a 10 caselle di lato e aggiungervi i pezzi ideati dal Carrera. Capablanca fu anche l’antagonista del maestro ungherese Geza Maroczy in una singolare sfida giocata su una scacchiera enorme (16×12) con il doppio dei pezzi abituali; il cubano risultò vincitore per 3 a 1.
Sul principio degli anni Cinquanta lo storico francese Joseph Boyer (1896-1961) diede alle stampe per proprio conto due libretti antologici di varianti scacchistiche (“Les jeux d’echecs non orthodoxes”, Paris, 1951, e “Nouveaux jeux d’echecs non orthodoxes”, Paris, 1954); Diffusi in Italia dalla rivista “L’Italia Scacchistica”, segnarono un importante passo verso la conoscenza e diffusione delle varianti eterodosse. A quel tempo, uno dei più importanti centri scacchistici nazionali era il circolo scacchistico fiorentino. Fondato dal marchese Stefano Rosselli del Turco nel 1910, era ubicato presso il “Caffè delle Giubbe Rosse”, nella centrale piazza della Repubblica, noto ritrovo di artisti e intellettuali. Il circolo annoverava tra i propri soci il fior fiore dello scacchismo nazionale: i maestri internazionali Vincenzo Castaldi, Giorgio Porreca e Francesco Scafarelli, la più grande giocatrice italiana di tutti i tempi, quella Clarice Benini che insieme alla tedesca Sonia Graf fu la più seria antagonista alle campionesse sovietiche tra gli anni Trenta e Cinquanta. In un ambiente così ricco di talenti gli eterodossi attecchirono e si poteva già allora assistere a partite di progressivi o vinciperdi tra nomi noti della scacchiera. Il “mangia e sputa” fu terreno di disputa di numerose partite tra Castaldi e Porreca, tanto da essere ribattezzato “porcas” dall’iniziale dei loro cognomi.
Nel 1971 alcuni vecchi soci del circolo fiorentino giocarono partite per corrispondenza con i progressivi, il vinciperdi e il kriegspiel, coinvolgendo l’allora presidente ASIGC Armando Silli. Nel 1974, finita la fase sperimentale, il dottor Silli indisse due tornei dalle pagine di “Telescaccolampo”, quasi per scherzo e coll’intento manifesto di trovare la strada vincente, uno di progressivi e uno di vinciperdi. I tornei raccolsero un buon numero di partecipanti che si divertirono e chiesero che l’iniziativa non venisse abbandonata. L’insperato successo indusse, l’anno successivo, Silli e un manipolo di appassionati a costituirsi in associazione: l’AISE (Associazione Italiana Scacchi Eterodossi). La nascita di un’organizzazione moltiplicò i tornei sia per corrispondenza che a tavolino (La Spezia, Catanzaro, Marina Romea) soprattutto di progressivi, gioco che assunse fin dalle origini un ruolo trainante.
L’iniziale “Bollettino” fotocopiato fu sostituito nel 1978 dal trimestrale “Eteroscacco”, giunto nel giugno di quest’anno al cinquantaquattresimo numero. Alcune rubriche di eterodossi trovarono ospitalità su riviste scacchistiche (“Arci Dama Scacchi” poi “Contromossa”, “Due Alfieri”, “Matto!”, “Telescacco”). Il panorama editoriale si arricchì di un importante titolo (Leoncini-Magari, “Manuale di scacchi eterodossi”, Siena, 1980) dedicato soprattutto alla teoria dei giochi più diffusi. Ma proprio in quell’anno il centro delle attività si spostò dall’asse Torino (Silli)-Siena (Eteroscacco) a Roma, dove un gruppo di giovani, capeggiati da Maurizio Sciam, raccolsero con entusiasmo l’eredità di Silli e avocarono a sé Eteroscacco. Ma non durò a lungo e nel 1983 l’AISE subì una crisi, dovuta alla volatilizzazione del gruppo romano, nella quale rischiò di naufragare. Il disastro fu evitato grazie ad uno dei soci fondatori, l’architetto maceratese Alessandro Castelli. Egli riprese in mano l’associazione e rilanciò Eteroscacco, arrivando a farne una rivista professionale.
Ricostituito un gruppo di lavoro, furono presi contatti con l’analoga associazione statunitense (NOST) ma soprattutto si rivelò vincente la collaborazione con l’associazione internazionale degli scacchisti esperantisti (ESLI). Grazie ad essa l’AISE si proiettò finalmente fuori dai confini nazionali e si poterono organizzare incontri internazionali. Un secondo testo dedicato esclusivamente agli scacchi progressivi (Dipilato-Leoncini, “Fondamenti di scacchi progressivi”, Macerata, 1987) fu intanto stampato e diffuso a cura dell’AISE. L’associazione si era così rafforzata in Italia ed espansa all’estero che, nel 1989, fu in grado di organizzare la prima olimpiade per corrispondenza cui parteciparono ben 18 squadre. La partenza della seconda olimpiade di questa manifestazione internazionale è prevista per la fine di quest’anno. Oggi gruppi di giocatori di scacchi eterodossi sono presenti in tutti i continenti ed è facilmente immaginabile la prossima nascita di associazioni nazionali.
In Inghilterra, venne fondata un’importante rivista (“Variant Chess”) che ha lavorato in stretto contatto con l’AISE. Sono in corso numerosi tornei internazionali e si stanno disputando i primi incontri tra nazioni, soprattutto di scacchi progressivi. Un incontro su otto scacchiere contrappone l’Italia alla Lituania, un altro è in corso con l’Inghilterra mentre il 10 maggio è cominciato un torneo a squadre quadrangolare tra l’Italia, la Cecoslovacchia, la Polonia e l’Unione Sovietica. Inutile sottolineare la forte supremazia italiana: a progressivi, almeno per qualche anno ancora, i russi siamo noi.
Inoltre, da un paio d’anni (l’articolo è stato scritto nel 1999), il mondo dei progressivi si è dotato di un importante strumento informatico: il “PrBase”, potente archivio capace di gestire tutte le partite conosciute, trovare varianti, ricostruire tabelle di tornei, fornire statistiche ecc., e “Esaù”, programma in grado di cercare il matto data una qualsiasi posizione.
Anche sul piano editoriale le cose si muovono in fretta. Mr David Pritchard in Gran Bretagna e Roberto Cassano in Italia stanno lavorando a distinti libri antologici che dovrebbero reinverdire gli ormai mitici, e introvabili, testi di Boyer.
Naturalmente ben poche delle varianti proposte raggiungono il grado di interesse degli scacchi. Non è facile inventare giochi dalle regole semplici e dal giusto grado di complessità ma giochi come i progressivi, il vinciperdi, i marsigliesi a mio avviso soddisfano questi requisiti. Essi sono in grado di suscitare pienamente il senso del meraviglioso, della sorpresa e della bellezza tipici degli scacchi. La teoria dei finali nei progressivi risulterebbe di sicuro attraente e piacevole anche per lo scacchista medio. I concetti di “muro” e “corridoio” si sono rivelati gravidi di conseguenze e la loro applicazione pratica ha rivoluzionato precedenti credenze: si pensi, per esempio, che hanno portato alla scoperta che Re e due Cavalli, purchè neri, vincono contro il Re bianco. C’è poi il vantaggio di una teoria ancora in costruzione, dove è possibile per chiunque proporre e verificare proprie idee.
Gli eterodossi non sono, come qualcuno adombra con mentalità che ricorda quella della Santa Inquisizione, “deviazioni”, piuttosto vanno considerati come un auspicato arricchimento del mondo degli scacchi che con essi si apre a nuovi orizzonti e a ampie e inaspettate potenzialità creative. Essi sono fonte di sorprese e di collegamenti interdisciplinari (si pensi ad alcuni illuminanti articoli scritti dal matematico Roberto Magari su “Sapere”), inaspettati e impossibili restringendo il campo al solo gioco degli scacchi.
Secondo Paolo Ciancarini, ricercatore di Informatica all’Università di Pisa e autore di un paio di pubblicazioni scientifiche sull’argomento, il futuro degli eteroscacchi è roseo. In “Riflessioni sugli scacchi eterodossi” (Eteroscacco n. 44, ott.-dic. 1988, pp. 41-46) egli scrive: “La mia opinione è che entro 50 anni, al più un secolo, il Gioco Ortodosso (soprattutto quello per corrispondenza) sarà ridotto al lumicino, perché le macchine scacchistiche saranno entrate massicciamente in campo sia come giocatori sia come teorici. Verrà allora il tempo del trionfo dei pionieri della teoria e della prassi degli Scacchi Eterodossi. Si noti come già ora le riviste non organizzano più gare di soluzione di soli problemi ortodossi, perchè anche il più scalcinato programma per microcomputer arriva a risolvere “diretti” in sette o più mosse”. E più avanti continua dicendo: “Dal mio punto di vista dunque – in questo caso di un informatico, cioè di uno studioso di software – gli Scacchi come problema scientifico a breve/medio termine risultano piuttosto deludenti”. Ciancarini afferma che anche molte varianti eterodosse sarebbero facilmente aggredibili da computer ma tra i giochi che invece mette al riparo, perché l’esplosione combinatoria tarperebbe le ali anche al più potente dei computer, cita gli scacchi progressivi, la “Quadriglia”, il kriegspiel e le “analisi retrograde”. Io non credo alla futura scomparsa degli scacchi, almeno di quelli a tavolino, perchè in essi è forte la componente sportiva, si salveranno grazie all’aspetto competitivo, di sfida intellettuale tra esseri umani. Ma chi vorrà usare ancora la scacchiera per provare il piacere di scoprire nuove leggi e inventarne di nuove dovrà guardare necessariamente agli scacchi eterodossi.

Mario Leoncini – articolo pubblicato originariamente su Eterochess.

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